Questa pagina è per te se, guardando indietro, hai la sensazione che ci sia stato un momento in cui la tua vita è cambiata.
Magari non usi la parola “trauma”. Forse dici solo: “Da quella cosa in poi non sono più lo stesso / la stessa”.
Può essere stata:
– la morte di una persona importante;
– una violenza fisica o psicologica;
– episodi di bullismo pesanti;
– un incidente, una malattia tua o di qualcuno a cui vuoi bene;
– una catastrofe naturale;
– una situazione familiare molto tesa, con litigi o paura;
– una serie di piccoli o grandi eventi che, messi insieme, ti hanno consumato piano piano.
Qualunque sia la forma, quello che conta è come ti ha fatto sentire e come continua a farti sentire oggi.
Molti ragazzi e ragazze raccontano la propria vita come divisa in due:
– un prima, in cui certe cose sembravano più semplici o almeno più chiare;
– un dopo, in cui molte sicurezze si sono rotte.
Forse ti capita di pensare:
– “Prima ero più tranquillo/a, adesso mi agito per tutto”;
– “Prima ridevo di più, ora faccio finta ma non è uguale”;
– “Prima non ci pensavo, ora ogni cosa mi riporta lì”.
All’esterno magari continui ad andare a scuola, vedi gli amici, rispondi alle chat, posti sui social. Ma dentro senti una crepa, una specie di linea invisibile che separa chi eri da chi ti senti di essere ora.
Anche se quello che è successo è finito, il tuo corpo si comporta come se il pericolo fosse ancora lì.
Può capitarti di:
– sobbalzare per un rumore improvviso;
– sentire il cuore che va veloce, fare fatica a respirare quando ti avvicini a certi luoghi o situazioni;
– avere spesso mal di pancia, mal di testa, nausea o tensioni, senza una causa medica chiara;
– sentirti stanco/a anche senza aver fatto grandi cose, come se fossi sempre “in guardia”.
A volte basta un odore, una frase, un luogo, una notizia per far riaffiorare quella sensazione di allarme che hai provato quando è successo.
Non è che sei “esagerato/a”: è il corpo che ha imparato che il mondo può essere pericoloso e fa fatica a rilassarsi.
Forse provi a non pensarci. Ti dici: “È passato, non ci voglio più tornare sopra”. Eppure la mente, ogni tanto, ci torna da sola.
Può succedere che:
– ti arrivino in testa immagini rapide, flash, ricordi improvvisi;
– tu abbia sogni o incubi che parlano direttamente di quello che è successo, oppure ci girano intorno;
– basti un piccolo dettaglio per farti rivivere, anche solo per qualche secondo, la stessa paura, lo stesso blocco, lo stesso senso di impotenza.
Non è che vuoi rimanere nel passato, anzi. Ma è come se una parte di te non fosse ancora riuscita a “mettere a posto” quello che è accaduto e continuasse a bussare per farsi sentire.
Per proteggerti, potresti aver iniziato ad evitare:
– certi luoghi (ospedali, palestre, corridoi, fermate, la casa di qualcuno…);
– alcune situazioni (feste, interrogazioni, sport, viaggi scolastici);
– persone o gruppi che ti ricordano qualcosa di doloroso;
– film, video, notizie, discorsi che ti riportano a quell’evento.
All’inizio sembra una buona strategia: “se non ci penso, sto meglio”. Il problema è che, piano piano, rischi di ridurre sempre di più gli spazi della tua vita:
– esci meno;
– dici più spesso “non mi va”;
– ti trovi ad inventare scuse per non affrontare situazioni che prima facevi quasi senza pensarci.
E la sensazione, col tempo, può diventare quella di essere incastrato/a in un modo di vivere che non hai scelto davvero.
Non tutti reagiscono allo stesso modo. Però ci sono alcune emozioni molto comuni:
– Paura: paura che succeda di nuovo, paura di non riuscire a controllarti, paura di perdere qualcuno, paura di fare qualcosa e stare ancora peggio.
– Rabbia: verso chi ti ha fatto del male, verso chi non ti ha difeso, verso il mondo, verso te stesso/a.
– Tristezza / lutto: per quello che hai perso – una persona, un sogno, una certa idea di te, un senso di sicurezza.
– Vergogna: pensieri tipo “non dovevo farmi trovare in quella situazione”, “non dovevo reagire così”, “sono io che sono sbagliato/a”.
– Vuoto: momenti in cui ti senti come spento/a, come se non provassi quasi niente, perché sentire troppo fa paura.
A volte queste emozioni cambiano in fretta: un giorno ti sembra di stare quasi normale, il giorno dopo ti cade addosso tutto insieme.
Dopo un evento difficile, non cambiano solo le emozioni: cambiano anche i pensieri su di te e sul mondo.
Forse ti riconosci in frasi come:
– “È colpa mia, se fossi stato/a diverso/a non sarebbe successo”;
– “Non sono stato/a abbastanza forte, intelligente, attento/a”;
– “Non ci si può fidare di nessuno”;
– “Il mondo non è un posto sicuro”;
– “Non cambierà mai niente, andrà sempre così”;
– “Non valgo abbastanza, non merito di stare meglio”.
Questi pensieri possono diventare automatici, quasi una voce di sottofondo, e farti vedere tutto con un filtro più scuro.
Non è che siano veri solo perché li pensi spesso: sono il modo in cui la tua mente sta cercando di dare un senso a qualcosa che, forse, un senso non ce l’ha.
Un trauma può cambiare anche il modo in cui stai con gli altri. Potresti:
– chiuderti di più, parlare meno di quello che provi, rispondere “tutto ok” anche quando non lo è;
– fidarti meno, avere paura che ti giudichino, che non capiscano, che ti dicano “esageri”;
– arrabbiarti più facilmente con chi hai vicino (genitori, amici, partner);
– sentirti diverso/a dagli altri, come se gli altri fossero “normali” e tu no.
Oppure può succedere il contrario:
– hai paura di restare solo/a e ti aggrappi molto a poche persone;
– soffri tantissimo se qualcuno non risponde ai messaggi, se ti sembra più distante;
– ti senti in colpa se ti arrabbi o se non riesci a essere “sempre come prima”.
In entrambi i casi, ciò che è successo può aver scosso la tua fiducia: in te stesso/a, negli altri, nel fatto che qualcuno possa davvero capire.
Quello che fai ogni giorno può essere, senza che te ne accorga, un modo per sopportare quello che senti dentro.
Per esempio:
– riempire tutte le giornate (studio, sport, impegni, schermi) per non lasciar spazio ai pensieri;
– passare ore online per staccarti dalla realtà;
– mangiare troppo o troppo poco;
– iniziare a fumare o usare altre sostanze per “calmarti” o per sentire meno;
– metterti in situazioni rischiose, come se cercassi qualcosa di forte da sentire che sia diverso dal dolore o dal vuoto;
– chiuderti in camera, isolarti, evitare quasi tutti.
Sono modi con cui, in qualche modo, stai cercando di adattarti a qualcosa che ti ha superato. Non sono “capricci”. Ma col tempo possono farti sentire ancora più intrappolato/a.
A volte il peso di tutto questo porta con sé pensieri molto pesanti, del tipo:
– “Non ce la faccio più”;
– “Vorrei solo sparire”;
– “Se non ci fossi, forse sarebbe meglio”.
Possono essere pensieri che durano pochi secondi, oppure idee che tornano spesso. In entrambi i casi, sono segnali importanti: dicono che stai portando da solo/a un carico troppo grande. Se ti capita di pensare seriamente di farti del male o di non voler più andare avanti, è
fondamentale non restare chiuso/a in questi pensieri, ma parlarne subito con un adulto di fiducia o con un/una professionista.
Se leggendo ti sei detto/a anche solo una volta “mi sembra stia parlando di me”, non significa che tu sia definito/a solo da ciò che ti è successo. Significa però che:
– quello che hai vissuto ha avuto un impatto reale;
– il tuo modo di sentire, pensare, reagire ha provato ad adattarsi, a modo suo;
– forse ora hai bisogno che qualcuno ti aiuti a mettere ordine in tutto questo, a trovare modi diversi per stare al mondo.
Non sei sbagliato/a perché hai reagito così. Sei una persona che ha vissuto qualcosa di troppo grande per l’età che hai, e che ha
diritto a non doverlo gestire da sola.
Parlarne con qualcuno:
– un genitore, un parente, un insegnante, un educatore che ti ispira fiducia;
– uno psicologo, una psicologa, un/una professionista che si occupa di ragazzi e ragazze;
può essere il primo passo per non sentirti più solo/a dentro quello che è successo.
Questa pagina non può cambiare il passato.
Ma se ti riconosci, può aiutarti a dire, almeno a te stesso/a:
“Quello che sento ha un senso. Posso chiedere aiuto. Non devo farcela per forza da solo/a”.
Questo testo non fa diagnosi e non sostituisce la valutazione di un team clinico.
Serve solo a riconoscere segnali e a chiedere supporto in modo precoce.
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