SERVIZIO DI SUPPORTO PSICOLOGICO PER LA VIOLENZA DI GENERE

E’ IL TUO CASO?

 

Quando una relazione ti fa paura: riconoscere la violenza di genere

Questa pagina è per te se, leggendo il titolo, una parte di te ha pensato: 
“Non so se è davvero violenza… ma qualcosa non va.” Forse non c’è stato un singolo episodio “eclatante”. Forse sì, e da allora fai finta di niente. 
Forse, semplicemente, da un certo punto in poi hai smesso di sentirti al sicuro accanto a una persona che avrebbe dovuto essere il tuo posto sicuro. Non è facile chiamare le cose col loro nome. Spesso la violenza di genere inizia piano, quasi in punta di piedi. Ma lentamente cambia il modo in cui ti vedi, ti muovi, parli, scegli.

 

Come comincia: quando “è solo gelosia” diventa qualcosa di più

All’inizio può sembrare quasi normale. Piccole frasi, piccoli controlli, piccole richieste “perché mi importa di te”.
Ti può essere successo di sentire frasi come:
– “Quel vestito non mi piace, ti guardano tutti.”
– “Perché devi uscire con loro? Non sono un granché come amici.”
– “Fammi vedere il telefono, se non hai niente da nascondere, che problema c’è?”
Forse all’inizio ti sei sentito/a persino lusingato/a: “Ci tiene, è solo un po’ geloso/a, è fatto così.”
Poi, però, quelle attenzioni hanno iniziato ad avere un prezzo:
– hai cambiato modo di vestirti per evitare discussioni;
– hai iniziato a dire qualche “no” agli amici per non sentire scenate;
– hai evitato alcune persone, alcune uscite, alcuni luoghi “per non avere problemi”.
Quasi senza accorgertene, hai cominciato a ridurre il tuo spazio per mantenere la calma.

 

Il controllo che diventa gabbia

Con il tempo, molti piccoli controlli possono diventare una vera gabbia. Forse senti il bisogno di:
– avvisare sempre dove sei, con chi, a che ora rientri;
– rispondere subito a messaggi e chiamate “altrimenti chissà cosa pensa”;
– giustificare ogni tuo spostamento, ogni “buongiorno” sui social, ogni like, ogni ritardo.
Ci sono telefoni controllati, password chieste, profili social letti di nascosto, posizione attivata “perché così sto tranquillo/a”.
In alcuni momenti potresti sentirti letteralmente sotto esame, come se ogni gesto fosse un potenziale “errore”.
E se provi a protestare, può arrivare la risposta:
– “Esageri.”
– “È solo perché ti amo.”
– “Se non fai nulla di male, perché ti dà fastidio?”
Così, oltre al controllo, arriva anche il dubbio su di te: “Magari sono io che esagero. Magari è davvero solo amore.”

 

Le parole che lasciano lividi

La violenza di genere non è solo fatta di pugni. Spesso inizia – e continua – con le parole. Forse ti sei sentito/a dire:
– “Non capisci niente.”
– “Senza di me non sei nessuno.”
– “Chi vuoi che ti sopporti?”
– “Sei esagerato/a, sei pazzo/a, hai dei problemi.”
Magari non lo urla, magari lo sussurra con calma, facendoti sentire piccolo/a, ridicolo/a, inadeguato/a. A furia di sentirti ripetere che sbagli, che sei tu il problema, che sei tu “difettoso/a”, può succedere che tu inizi a crederci davvero. Un insulto non lascia lividi sulla pelle, ma si incide in profondità sull’idea che hai di te.

 

Quando il corpo diventa campo di battaglia

Ci sono situazioni in cui la violenza è anche fisica:
– una spinta “perché mi hai fatto perdere la pazienza”;
– un braccio stretto troppo forte;
– schiaffi, calci, oggetti lanciati;
– porte sbattute a pochi centimetri dal viso.
Spesso, dopo, arrivano le frasi:
– “Non volevo, mi hai provocato tu.”
– “Mi è scappato, ma se tu non fossi così…”
– “È stata l’unica volta, non succederà più.”
A volte il corpo viene usato anche sul piano sessuale:
– rapporti accettati “per non avere problemi”;
– insistito fino allo sfinimento, al ricatto emotivo, alla minaccia;
– “Se mi ami, dovresti…”, “Se non lo fai con me, con chi lo fai?”.
Di nuovo, è facile che la colpa venga spostata su di te: “Ti inventi le cose”, “non è stata una violenza”, “ci stavi anche tu”.
Ma dentro, quella sensazione di essere stato/a oltrepassato/a, invaso/a, usato/a, continua a bruciare.

 

Dentro di te: paura, confusione, vergogna, doppia vita

La violenza di genere non colpisce solo quello che succede, ma anche il modo in cui ti senti e ti pensi.
Può darsi che ti riconosca in qualcuno di questi vissuti:
– Paura: non solo nei momenti di lite, ma anche prima (“cosa succede se lo/la contraddico?”) e dopo (“chissà come sarà stasera”).
– Confusione: alternanza tra momenti in cui ti sembra chiaro che ciò che stai vivendo non va bene, e momenti in cui pensi di esagerare, di non avere ragione, di essere tu “troppo sensibile”.
– Vergogna: fai fatica a parlarne con gli altri, pensi che non ti crederanno, o che ti giudicheranno perché “tu sei rimasto/a lì”.
– Doppia vita: fuori magari appari forte, competente, sempre presente; dentro convivi con una parte spaventata, triste, esausta, che nessuno vede davvero.
Potresti anche sentire il bisogno di giustificare sempre l’altro/a:
– “Sì, urla, ma poi è dolce.”
– “Sì, controlla tutto, ma è perché ha avuto un passato difficile.”
– “Sì, mi ha fatto male, ma è stressato/a, con gli altri non è così.”
Come se, riconoscendo chiaramente la violenza, temessi di perdere definitivamente quella relazione, con tutto ciò che essa rappresenta.

 

Perché è così difficile andarsene

Chi guarda da fuori, spesso giudica:
“Se davvero fosse così, te ne saresti già andato/a.”
Quello che non vedono è:
– la paura: di ritorsioni, di violenze peggiori, di minacce;
– la dipendenza economica: “Se vado via, come faccio?”;
– i figli: “Cosa è meglio per loro?”, “e se li perdo?”;
– il senso di colpa: “Forse sono io che rovino tutto”, “forse potrei fare di più”;
– la speranza: momenti in cui lui/lei è affettuoso/a, chiede scusa, promette di cambiare, e tu ci vuoi credere, ancora.
La violenza di genere spesso si muove in un ciclo:
1. tensione che cresce,
2. esplosione (insulti, botte, scene, pressioni),
3. pentimento, promesse, regali, dolcezza,
4. di nuovo tensione…
Questo ciclo lega molto: la stessa persona che ti ferisce è anche quella che, a tratti, sembra l’unica capace di “curarti” dal dolore che ti ha causato.

 

Se ti riconosci in queste righe

Se leggendo hai sentito, anche solo in parte:

– “Questo è quello che mi succede”
– “Non l’avevo mai detto così, ma è proprio così che mi sento”
– “Non pensavo si potesse chiamare violenza, ma…”
sappi che:
– ciò che provi è reale;
– non sei esagerato/a;
– non sei tu il problema;
– non sei solo/a.
La violenza non è solo quando si finisce in ospedale o sui giornali. È già violenza quando vivi nella paura, nell’umiliazione, nel controllo, nel ricatto emotivo, nella costrizione. Non è facile chiedere aiuto. Ma è possibile. Parlarne con qualcuno può essere il primo passo:

– un/una professionista della salute mentale;
– un centro antiviolenza o un servizio del territorio dedicato;
– il tuo medico, un/una assistente sociale;
– una persona adulta di cui ti fidi davvero.

 

Non devi decidere tutto subito, non devi per forza “lasciare domani”. Ma hai il diritto di iniziare a chiederti, con qualcuno al tuo fianco:
“Quello che sto vivendo mi protegge o mi distrugge?” “Che cosa merito, in una relazione?” Questa pagina non può risolvere la tua situazione, ma può dirti con chiarezza una cosa: nessuno ha il diritto di spegnere la tua voce, di farti paura, di usare il tuo corpo, di controllare la tua vita in nome dell’amore.

Se dentro di te qualcosa, leggendo, si è riconosciuto, quella parte merita ascolto, rispetto e protezione.

Questo testo non fa diagnosi e non sostituisce la valutazione di un team clinico.

Serve solo a riconoscere segnali e a chiedere supporto in modo precoce.

Se ritieni che questo servizio possa fare al caso tuo, puoi prenotare un appuntamento con la professionista specializzata