SERVIZIO DI TRATTAMENTO PER DISTURBI ALIMENTARI PER ADOLESCENTI

Cura per adolescenti con Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DCA)

 

Un DCA raramente “inizia dal cibo”. Spesso comincia molto prima, in modo silenzioso: con la sensazione di non sentirsi abbastanza, con un corpo che cambia troppo in fretta, con emozioni che sembrano ingestibili, con una vita che chiede controllo proprio quando tutto appare incerto.
A un certo punto il cibo—o il non-cibo—diventa un linguaggio: serve a calmare, a spegnere, a reggere, a farsi sentire, a non sentire.

Questa pagina racconta cosa può esserci dietro un DCA e come può svolgersi un percorso di cura per adolescenti, in modo chiaro e rispettoso, senza etichette che schiacciano e senza colpe da distribuire.

 

Quando il cibo diventa un “modo per farcela”

I Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione possono presentarsi in forme diverse (per esempio anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da alimentazione incontrollata, ARFID/evitamento-restrizione dell’assunzione di cibo, quadri misti o “non altrimenti specificati”). Le parole servono a orientarsi, non a definire una persona.

Un punto importante: un DCA non è un tratto di carattere, e non è una “fase”. È una difficoltà complessa che coinvolge mente, corpo, relazioni e contesto di vita. E sì: può riguardare ragazze, ragazzi e persone non binarie, in ogni tipo di famiglia e storia.

 

Cosa succede dentro: la psicopatologia, spiegata con cura

Molti adolescenti descrivono il DCA come un paradosso: all’inizio sembra aiutare, col tempo diventa una gabbia. Questo perché il disturbo spesso si appoggia a bisogni reali, anche se risponde nel modo sbagliato.

Tra i vissuti più frequenti:

-Relazione con il corpo e immagine di sé: sentirsi “sbagliati”, guardarsi e non riconoscersi, misurare il proprio valore attraverso l’aspetto.

-Controllo e sicurezza: quando qualcosa nella vita è percepito come instabile (scuola, amicizie, conflitti, cambiamenti, aspettative), le regole sul cibo possono dare un’illusione di ordine.

-Emozioni difficili: ansia, vergogna, rabbia, tristezza, senso di vuoto. A volte il comportamento alimentare diventa un modo per regolarle.

-Perfezionismo e autocritica: standard altissimi, paura di deludere, giudizio interno costante.

-Dinamiche relazionali: difficoltà a chiedere aiuto, sentirsi “di troppo”, fatica a mettere confini, timore del conflitto.

-Comorbilità possibili: ansia, depressione, tratti ossessivi, difficoltà dell’umore, esperienze traumatiche o stress prolungato. Non sempre ci sono, ma quando ci sono meritano ascolto e trattamento.

C’è anche un elemento spesso sottovalutato: la sofferenza fisica cambia la mente. La malnutrizione, l’alternanza di restrizioni e abbuffate, l’uso di condotte compensatorie o l’iperattività possono aumentare irritabilità, rigidità, ossessioni, stanchezza e isolamento. Non è “mancanza di volontà”: è un circuito che si autoalimenta.

 

Segnali che meritano attenzione (senza panico, ma senza minimizzare)

Ogni storia è diversa, ma alcuni segnali ricorrenti possono indicare che è il momento di chiedere un parere:

-regole sempre più rigide su cosa/come/quando mangiare

-forte preoccupazione per corpo, peso, forma fisica o “sensazione di pienezza/controllo”

-evitare pasti in famiglia o situazioni sociali legate al cibo

-oscillazioni dell’umore, irritabilità, chiusura, ritiro

-vergogna, segretezza, sensi di colpa dopo aver mangiato

-attività fisica vissuta come obbligo o fonte di ansia se viene interrotta

-calo di energia, concentrazione, sonno disturbato, freddolosità, sintomi fisici

-per le ragazze: irregolarità del ciclo (ma non è l’unico indicatore)

Se un genitore ha il dubbio “sto esagerando?”, spesso la risposta utile è: meglio una valutazione in più che una in meno.

 

Come intendiamo la cura: niente colpe, molta alleanza

Nel nostro approccio, la cura non è una “correzione” della persona. È un percorso per tornare a stare bene: nel corpo, nella mente e nelle relazioni.

Tre idee guidano il lavoro:

-Il DCA non è la persona: è un problema che si è inserito nella vita e che possiamo imparare a riconoscere, comprendere e affrontare.

-La famiglia non è il nemico: è spesso una risorsa decisiva, anche quando è spaventata, stanca o confusa.

-L’adolescente non va “convinto” con la forza: va accompagnato, con fermezza gentile e strumenti concreti, a ritrovare libertà.

 

Il percorso di trattamento: cosa succede, passo dopo passo

1) Primo contatto e accoglienza

Il primo colloquio serve a capire cosa sta succedendo, da quanto, con quale impatto sulla vita quotidiana. Si raccoglie la storia con delicatezza, senza interrogatori e senza “processi”.

2) Valutazione clinica integrata

Il DCA riguarda corpo e mente: per questo la valutazione è multidisciplinare e può includere:

-colloqui psicologici/psicoterapeutici

-valutazione medica (parametri di salute, eventuali esami se necessari)

-valutazione nutrizionale (abitudini, segnali di disregolazione, bisogni di crescita)

-esplorazione del contesto (scuola, sport, relazioni, social, eventi stressanti)

3) Un piano di cura personalizzato

Non esiste un “protocollo fotocopia”. Il piano viene costruito in base a età, gravità, rischi medici, motivazione, risorse familiari e psicologiche, comorbilità.

4) Trattamenti psicologici basati su evidenze, in modo umano

A seconda del caso, possiamo integrare:

-CBT-E (Terapia Cognitivo-Comportamentale potenziata): lavora su pensieri, regole, comportamenti e mantenimento del disturbo.

-FBT / Family-Based Treatment (approccio centrato sulla famiglia): particolarmente utile in adolescenza, con un ruolo attivo dei genitori nel supportare la ripresa dei pasti e ridurre l’influenza del disturbo.

-Interventi su regolazione emotiva (es. moduli DBT-informed): per gestire impulsi, vergogna, ansia, autovalutazione dolorosa.

-Lavoro su autostima, identità, relazioni e vissuti corporei: perché non basta “mangiare di più o di meno”; serve guarire il rapporto con sé.

-Approcci psicodinamici

5) Supporto nutrizionale e riabilitazione alimentare

L’obiettivo non è “contare” la persona. È rimettere in sicurezza il corpo, sostenere la crescita, ridurre paure e rigidità, ripristinare un ritmo alimentare stabile e sostenibile. Il linguaggio usato è rispettoso e non giudicante.

6) Monitoraggio medico e collaborazione con neuropsichiatria/psichiatria (se serve)

In alcuni casi può essere utile un supporto farmacologico per sintomi associati (ansia, depressione, ossessioni, sonno), sempre come parte di un progetto più ampio, mai come unica risposta.

7) Lavoro con la famiglia e la scuola

La cura funziona meglio quando il mondo intorno diventa più chiaro e coerente:

-incontri con genitori/caregiver su comunicazione, gestione dei pasti, confini, emozioni

-coordinamento con scuola (quando opportuno) per ridurre pressioni, gestire rientri, prevenire isolamento

8) Prevenzione delle ricadute

La fase finale non è “fine terapia = fine problema”. È imparare a riconoscere segnali precoci, costruire un piano di protezione, consolidare autonomia e risorse.

 

Le risorse possibili (senza trasformarle in “superpoteri”)

Alcuni adolescenti, quando iniziano a stare meglio, riconoscono di avere già dentro di sé competenze che il DCA aveva distorto o sequestrato:

-sensibilità e attenzione ai dettagli (che possono diventare cura di sé, non controllo)

-determinazione (che può spostarsi dalla rigidità alla costanza nel percorso)

-creatività e pensiero personale (che può aiutare a trovare alternative sane)

-capacità di legame (che può essere ricostruita quando il disturbo isola)

Non sono magie. Sono risorse che diventano utili quando la sofferenza è riconosciuta e trattata.

 

Un messaggio finale, chiaro e non drammatico

Un DCA non è una “colpa”, né un capriccio, né qualcosa che passa semplicemente con forza di volontà. È una difficoltà reale, che può diventare seria, ma che si può affrontare—soprattutto se presa in tempo e con un’équipe che lavora insieme.

Chiedere aiuto non significa rendere il problema più grande.
Significa dargli un nome, dei confini, e finalmente una via d’uscita.

Se tu (o tuo/a figlio/a) ti riconosci anche solo in parte in queste righe, il passo più utile è uno: parlarne con professionisti esperti in DCA e costruire un percorso su misura.

Se c’è un’urgenza medica o un rischio immediato (svenimenti, dolore toracico, confusione marcata, autolesionismo, pensieri suicidari), contatta subito i servizi di emergenza del tuo territorio (in Italia: 112/118) o recati al pronto soccorso.

Dott. Leonardo Mendolicchio
Psichiatra e Psicoanalista
Ritratto del Dott. Leonardo Mendolicchio, Psichiatra

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Dott.ssa Elisa Viozzi
Psicologa e Psicoterapeuta

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