SERVIZIO DI CONSULENZA PER L’IDENTITA’ DI GENERE

Immagina che questa pagina stia parlando direttamente a te. Non per dirti chi sei, ma per provare a mettere in parole qualcosa che forse vivi da tempo e che fai fatica a spiegare

 

1. Etichette che non ti appartengono:

Ci sono momenti in cui allo specchio non è il riflesso a creare distanza, ma lo sguardo delle altre persone che ti definisce al posto tuo. Il tuo corpo può essere semplicemente il tuo corpo; è l’etichetta che gli viene appiccicata, il genere che ti viene imposto a non raccontare chi sei davvero.
Magari da fuori tutti danno per scontato che tu sia “un ragazzo” o “una ragazza”, ma:
– chi sei non si allinea a quell’etichetta;
– oppure non ti ritrovi proprio in nessuna delle parole che senti usare intorno a te.
Non è una semplice curiosità: a volte è un pensiero costante, che ritorna la sera, quando sei solǝ, o in quei momenti in cui ti chiedi chi sei.
Può capitarti di pensare:
– “Se dico davvero come mi sento, non mi capirà nessuno”;
– “Forse esagero, forse è solo una fase”;
E questo continuo domandarti può stancare, consumare, creare un misto di confusione e paura.

 

2. Il tuo corpo: incongruenza di genere 

Ci sono parti del tuo corpo che forse ti danno fastidio non “in generale”, ma proprio perché legate al genere che ti è stato assegnato:
– il petto che cambia, o non cambia, nel modo che vorresti;
– i peli, la voce, i fianchi, le spalle, le forme;
– il modo in cui gli altri ti guardano in base a quei dettagli.
Potresti:

– evitare alcuni vestiti perché ti “fanno sentire sbagliatǝ”;
– scegliere accuratamente come ti vesti per far apparire il tuo corpo più vicino a chi sei;
– controllare ogni giorno se quel particolare cambiamento fisico sta andando nella direzione che temi o che desideri.
A volte può esserci disgusto, vergogna, rabbia verso il tuo corpo. Non sempre lo dici apertamente: magari ti limiti a dire “non mi piaccio”, ma in realtà il problema non è solo estetico… è che quel corpo non racconta la persona che senti di essere.

 

3. Il nome, i pronomi, le parole che usano per parlarti

Può sembrare poco importante per chi sta fuori, ma per te non lo è.
Quando senti usare:
– il tuo nome di nascita, che senti “storto”, distante da come ti percepisci;
– pronomi come “lui” o “lei” che non corrispondono a ciò che senti dentro; può essere come una piccola fitta ogni volta.
Non sempre fai una scenata, non sempre lo dici, ma dentro puoi sentire:
– “Non vedono chi sono”;
– “Per loro esisto solo come mi hanno deciso loro”;
– “Se chiedo di usare un altro nome o altri pronomi, penseranno che sono pazzǝ o che lo faccio per moda”.
Così molte volte sopporti in silenzio, ma quel silenzio pesa.

 

4. La famiglia: tra amore, paura e non detti

In famiglia magari sai che le persone ti vogliono bene, ma non sei sicurǝ di come reagirebbero se sapessero davvero cosa senti.
Potresti aver sentito frasi come:
– “Queste cose sono sciocchezze”;
– “Sono solo mode di oggi”;
– “Sei natǝ così, basta, punto e fine”;
– “Sei un maschio/una femmina, rassegnati”.
Anche se non ti attaccano direttamente, potresti percepire commenti, battute, giudizi su persone LGBTQIA+, e da lì dedurre che non sarebbe facile per loro capire te.
Allora magari:

– non ne parli mai, o lo fai in modo vago;
– fai finta di ridere anche tu delle battute, ma dentro ti stringi;
– ti chiedi se, se sapessero davvero, ti amerebbero allo stesso modo.
E questo porta spesso a una doppia vita: quella che mostri a casa e quella che vivi dentro, o con pochissime persone.

 

5. La scuola e i pari: dove puoi sentirti accoltǝ… o giudicatǝ

La scuola può essere un posto in cui:
– trovi persone che ti capiscono, con cui puoi parlare liberamente;
– oppure un luogo dove ti senti osservatǝ, etichettatǝ, presǝ di mira.
Potresti aver sperimentato:
– battute sul tuo modo di vestirti o di muoverti;
– sguardi insistenti negli spogliatoi, commenti sui social, meme, prese in giro;
– invisibilità totale: nessuno ti insulta, ma nessuno ti vede davvero.
Ci possono essere giorni in cui:
– l’idea di entrare in classe ti pesa allo stomaco;
– all’intervallo ti senti senza un posto, senza un gruppo in cui ti senti davvero te stessǝ;
– guardi gli altri e ti chiedi com’è sentirsi “a proprio agio” nel proprio genere senza doversi fare mille domande.

 

6. Amicizie, affetti, innamoramenti

Quando ti leghi a qualcuno, amicǝ o persona di cui ti innamori, potresti:
– sentirti finalmente un po’ vistǝ per come sei davvero;
– avere paura, allo stesso tempo, che se l’altrǝ sapesse tutto, scapperebbe.
Così a volte:
– mostri solo una parte di te;
– cambi modo di comportarti a seconda di chi hai davanti;
– ti chiedi se qualcuno potrà mai conoscere chi sei davvero, senza filtri, e restare.
Se ti innamori, entra in gioco un’altra complicazione: come ti definisci? come definisci la relazione? cosa penseranno gli altri?
Non sempre è un problema, ma quando pesa, può aggiungere confusione.

 

7. Internet e social: rifugio e trappola

Online, forse, hai trovato:
– parole nuove per descriverti;
– storie di persone che ci sono passate;
– comunità, pagine, profili in cui ti sei sentitǝ meno solǝ.
Questo può essere un grande sollievo: finalmente leggere qualcosa che assomiglia a quello che vivi tu.
Allo stesso tempo:
– puoi paragonarti continuamente agli altri;
– puoi sentirti in ritardo o “sbagliatǝ” anche rispetto alle esperienze degli altri;
– puoi imbatterti in commenti d’odio, insulti, discussioni pesanti che ti fanno pensare:
“Se là fuori è così, dove posso sentirmi al sicuro?” Internet diventa allora sia uno spazio in cui respiri, sia un luogo che, a volte, ti restituisce la durezza del mondo.

 

8. Il peso invisibile: ansia, tristezza, vergogna

Tutto questo – il corpo, la famiglia, la scuola, i pari, i social – può tradursi in un peso interno costante.
Può prendere la forma di:
– ansia: pensieri continui su cosa dire, cosa non dire, come vestirti, come muoverti, come verrà interpretato ogni tuo gesto;
– tristezza: sentirti sbagliatǝ, fuori posto, come se non ci fosse uno spazio nel mondo progettato anche per te;
– vergogna: pensieri del tipo “Se mi vedono per come sono davvero, mi giudicheranno”, “Non posso essere così, non è accettabile”.
Alcuni giorni riesci a gestirlo, a far finta di niente, a distrarti. Altri giorni potresti sentirti svuotatǝ, senza energia, con la voglia di chiuderti in camera e scomparire un po’ dal mondo.

 

9. Quando la fatica diventa troppo

Per alcune persone, a forza di portare questo peso, può succedere che:

– inizino a chiudersi sempre di più, uscire meno, parlare di meno;
– si buttino in attività per non pensare (studio, sport, giochi, social), fino a sfinirsi;
– usino cibo, alcol, sostanze, o mettano in atto comportamenti autolesivi per cercare di cambiare il tipo di dolore che sentono.
Non è perché sei “drammaticǝ” o “debole”: è che reggere ogni giorno questa tensione tra chi sei e ciò che ti viene restituito fuori
è faticoso, e a volte si cerca qualsiasi modo per tirare avanti.
Se ti è successo di pensare:
– “Vorrei non esistere”;
– “Vorrei dormire e non svegliarmi più”;
– “Forse il problema sono io e non dovrei essere così”,
questi pensieri non dicono che tu sia senza valore. Dicono che forse stai portando da troppo tempo da solǝ un peso che sarebbe da condividere.

 

10. Non sei sbagliatǝ: è il contesto che spesso non conosce

Avere dubbi o certezze sulla propria identità di genere non significa essere malati.
Quello che può far male non è il fatto di sentirti come sei, ma:
– il modo in cui vieni trattatǝ;
– il silenzio, i giudizi, le battute;
– l’assenza di spazi sicuri dove poterti raccontare senza paura.
Il disagio che provi è reale, non è esagerato, non è “per moda”. È la risposta naturale di una persona sensibile che cerca di trovare il suo posto in un mondo che spesso ha categorie troppo strette.

 

11. Se ti sei riconosciutǝ in queste parole

Se in queste righe hai ritrovato:
– il modo in cui ti guardi allo specchio;
– la tensione nelle relazioni con famiglia, amici, scuola;
– il peso segreto che ti porti dentro;
sappi che non sei l’unicǝ e, soprattutto, non devi affrontarlo da solǝ.
Può aiutarti:
– parlarne con un adulto di cui ti fidi (genitore, parente, insegnante, educatore);

– cercare uno spazio con uno psicologo, una psicologa, o un/una professionista che conosca questi temi;
– avvicinarti, quando possibile, a gruppi o realtà che offrono ascolto e supporto alle persone che stanno esplorando la propria identità.

Chiedere aiuto non significa che c’è qualcosa di sbagliato in te.
Significa che riconosci la fatica che stai facendo e che ti dai il diritto di essere accompagnatǝ in questo pezzo di strada.
Questa pagina non può dirti chi sei. Può però dirti una cosa importante: qualunque cosa tu stia scoprendo di te, meriti rispetto, ascolto e la possibilità di costruire una vita in cui tu possa esistere per intero, senza dover nascondere parti fondamentali di te stessǝ.

Questo testo non fa diagnosi e non sostituisce la valutazione di un team clinico.

Serve solo a riconoscere segnali e a chiedere supporto in modo precoce.

Se ritieni che questo servizio possa fare al caso tuo, puoi prenotare un appuntamento con il professionista specializzato.

Ritratto del Dott. Alessio Frattini, Psicologo

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